| Ciao
2001: Fino a che punto la musica dei Kraftwerk
è macchina e fino a che punto è umanità? |
| Ralf
Hütter: "The Man Machine", l'ultimo album,
rappresenta per noi una specie di simbiosi, un tentativo di scoprire i parallelismi,
le affinità, l'amicizia fra l'uomo e la macchina. È esattamente il contrario
di quanto fatto durante gli anni 60 dalla cultura rock, che cercava di scoprire
le differenze, e quindi di reagire ad una epoca e quindi ancora di staccarvisi.
Crediamo fortemente in questa ricerca: è ciò che tentiamo di fare da quando
abbiamo cominciato nel 1970 a Düsseldorf con un vecchio Revox. È la nostra
esperienza quotidiana, la scoperta dell'uomo-macchina, essere noi stessi
umo-macchina: dimostrare che non è un limite, dimostrare che noi facciamo
delle cose meccaniche mentre le macchine fanno delle cose quanto mai umane.
Ci siamo avvicinati ad esse come i bambini quando scoprono la vita: ci siamo
accorti che sono il riflesso psicologico della nostra esistenza. Quindi
il rifiuto delle teorie del secolo scorso (L'uomo dominato dalla macchina)
ed una tranquilla, amichevole collaborazione fra l'uomo e la macchina. |
| Ciao
2001: Ma questa è anche la teoria di uno dei padri
della fantascienza: basta pensare alle leggi sulla robotica di Asimov... |
| Ralf
Hütter: Certamente! Quando siamo stati in
America ce l'hanno subito detto: soprattutto nella nuova musica rock c'è
una tendenza (in particolari nei gruppi cosiddetti eletronici, elettrificati)
a lavorare con le macchine per restarci. Per noi Düsseldorf con tutte le
sue industrie, con la sua vita robotizzata, è il centro del mondo, della
nostra vita: lì le macchine cantano e producono questa nuova musica, "the
industrializated folk-musik". |
| Ciao
2001: David Bowie, in "Heroes" ha addirittura
dedicato una canzone a Florian Schneider, asserendo così anche una sorta
di dependenza da voi (almeno negli ultimi suoi prodotti). Vi assumete questa
patternità? |
| Ralf
Hütter: Siamo diventati amici, fratelli spirituali:
lui veniva dal rock inglese, era alla ricerca dell'uomo nuovo e lavorava
da solo. Purtroppo il background fra noi e lui era differente: noi veniamo
dalla musica classica tedesca (in particolari Schubert e Beethoven) e dalla
nuova musica elettronica sempre tedesca (scuola di Colonia), e non dal mondo
rock che in Germania è qualcosa di importato, non di naturale. È stato per
noi molto stimolante incontrare qualcuno tanto differente dal punto di vista
culturale, ma con le stesse idee, parallelamente: penso che tutto ciò sia
addirittura telepatico. È un pò come nel mondo della scienza, quando persone
lontanissime e per cultura e per nazionalità, fanno lo stesse scoperte.
Bowie ha compreso che l'Europa, l'Inghilterra in particolare, non poteva
andare più avanti di dove è arrivata, che il cerchio era chiuso. Quindi
il problema era ed è quello di darsi da fare per cercare, fabbricare una
musica dell'era industriale: è chiaro che il rock quindi rappresenta, secondo
noi, ancora la figura dell'artista romantico, creatore, insomma il genio.
Secondo noi questa figura deve essere sostituita da quello che chiameremmo
il lavoratore, "l'operaio musicale", ed è questo che abbiamo, ad esempio,
trasfuso in "The Robots". |
| Ciao
2001: Un altro personaggio che sta facendo in
discorso molto simile al vostro, è Giorgio Moroder. Cosa ne pensano i Kraftwerk? |
| Ralf
Hütter: È un altro parallelismo, quello di
un uomo che viene dallo show-business e che va a finire invece nel mondo
elettronico-sintetico. Per noi è molto importante trovare questo tipo di
parallelismo: significa che non siamo più isolati. Quando abbiamo cominciato
neel 1970, siamo stati oggeto di critiche, eppure in Germania non eravamo
preda della scena rock. Dopo la guerra c'erano rimasti solo i vecchi con
la loro musica classica: non c'era più una musica vivente, quotidiana. Il
fatto che in Germania non esistesse più questa musica "vivente" è stata
la nostra prima scoperta: a parte i classici c'era solo l'elletronica, la
contemporanea di Stockhausen, quella della prima generazione. Noi non facciamo
parte di quella anche se, vivendo a Düsseldorf, a pochi chilometri da Colonia,
quando eravamo giovanissimi ci siamo nutriti di quella musica che ci passava
vicino come per caso. Insomma durante gli anni trenta la gente di valore
se ne era andata: il nazismo aveva fatto tabula rasa e c'era un'autentica
interruzione nella creatività musicale. Dopo la guerra eravamo immersi negli
americanismi delle radio locali: ubriacati quindi di rock, ma consapevoli
che non era la nostra identità culturale. Noi avevamo perso ogni tradizione
strumentale, ad esempio, abbiamo quindi iniziato direttamente nell'elettronica:
è per questo forse che in Germania sono nati soprattutto gruppi elettronici,
come in nessun'altra parte del mondo. I Tangerine Dream non potevano nascere
in Ingiltherra o in America... |
| Ciao
2001: In "Radioland" ci sono comunque delle influenze
cabarettistiche. Si tratta del retaggio di Kurt Weill, dell'eredità brechtiana?
|
| Ralf
Hütter: Certamente: in Germania una volta
c'era una cultura quotidiana... e Kurt Weill e Brecht erano forse i soli
che descrivevano questa cultura quotidiana delle città. Nel '32-'33 se ne
sono andati ed hanno continuato a descriverla a Parigi, a Londra, a New
York. Purtroppo non sono tornati dopo il '45, tranne Brecht che però non
ha avuto tempo di fare niente. Noi abbiamo tentato di fare del cabaret elettronico:
d'altronde veniamo dalla Renania, dove do solito si ride sulla maniera di
lavorare del tedesco, soprattutto nel campo dell'elettronica. È un modo
di ridere che ci è consono: è senz'altro un modo differente di vedere la
vita... |
| Ciao
2001: Quali sono le prospettive della musica robotica? |
| Ralf
Hütter: Noi lavoriamo da circa dieci anni
nel nostro studio di Düsseldorf: siamo dell'idea che la strada è lunga e
difficile e noi abbiamo appena cominciato. Penso che succederà come per
il rock, per il progressive-jazz: in più siamo convinti che la nuova generazione
sarà totalmente elettronica... |
| Ciao
2001: A questo proposito quali sono gli strumenti
che usate? |
| Ralf
Hütter: Molti sintetizzatori standard: ci
siamo accorti presto che però non erano sufficienti ad esprimere le nostre
idee musicali e quindi ci siamo messi ad elaborarli, aiutati da alcuni ingegneri
nostri amici. Abbiamo creato quindi una batteria elettronica (che abbiamo
brevetatto), e utilizziamo degli apparecchi automatici con i quali è possibile
programmare melodie i ritmi. Abbiamo anche un'altra batteria che funziona
ad impulsi luminosi, mediante contatti fotoelettrici: tutto è comandato
da un cervellone attraverso il quale elaboriamo tutti i suoni, anche quelli
vocali. Questi in effetti sono pochi, in quanto alla voce umana preferiamo
quella sintetica: meglio ancora cerchiamo di fondere le due in un tutt'uno.
Abbiamo anche un vocoder speciale fabbricato per Florian dalla Sennheiser:
attualmente la ditta tedesca sta vendendo anche all'estero lo stesso modello
fabbricato per Florian nel 1971. Ci facciamo un sacco di risate quando leggiamo
che magari Herbie Hancock ha detto di essere stato lui il primo. |
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Interview
to Piergiuseppe Caporale
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