Ciao 2001 Magazine - Ralf Hütter - November 1978
(Italian Version)
Ciao 2001: Fino a che punto la musica dei Kraftwerk è macchina e fino a che punto è umanità?
Ralf Hütter: "The Man Machine", l'ultimo album, rappresenta per noi una specie di simbiosi, un tentativo di scoprire i parallelismi, le affinità, l'amicizia fra l'uomo e la macchina. È esattamente il contrario di quanto fatto durante gli anni 60 dalla cultura rock, che cercava di scoprire le differenze, e quindi di reagire ad una epoca e quindi ancora di staccarvisi. Crediamo fortemente in questa ricerca: è ciò che tentiamo di fare da quando abbiamo cominciato nel 1970 a Düsseldorf con un vecchio Revox. È la nostra esperienza quotidiana, la scoperta dell'uomo-macchina, essere noi stessi umo-macchina: dimostrare che non è un limite, dimostrare che noi facciamo delle cose meccaniche mentre le macchine fanno delle cose quanto mai umane. Ci siamo avvicinati ad esse come i bambini quando scoprono la vita: ci siamo accorti che sono il riflesso psicologico della nostra esistenza. Quindi il rifiuto delle teorie del secolo scorso (L'uomo dominato dalla macchina) ed una tranquilla, amichevole collaborazione fra l'uomo e la macchina.
Ciao 2001: Ma questa è anche la teoria di uno dei padri della fantascienza: basta pensare alle leggi sulla robotica di Asimov...
Ralf Hütter: Certamente! Quando siamo stati in America ce l'hanno subito detto: soprattutto nella nuova musica rock c'è una tendenza (in particolari nei gruppi cosiddetti eletronici, elettrificati) a lavorare con le macchine per restarci. Per noi Düsseldorf con tutte le sue industrie, con la sua vita robotizzata, è il centro del mondo, della nostra vita: lì le macchine cantano e producono questa nuova musica, "the industrializated folk-musik".
Ciao 2001: David Bowie, in "Heroes" ha addirittura dedicato una canzone a Florian Schneider, asserendo così anche una sorta di dependenza da voi (almeno negli ultimi suoi prodotti). Vi assumete questa patternità?
Ralf Hütter: Siamo diventati amici, fratelli spirituali: lui veniva dal rock inglese, era alla ricerca dell'uomo nuovo e lavorava da solo. Purtroppo il background fra noi e lui era differente: noi veniamo dalla musica classica tedesca (in particolari Schubert e Beethoven) e dalla nuova musica elettronica sempre tedesca (scuola di Colonia), e non dal mondo rock che in Germania è qualcosa di importato, non di naturale. È stato per noi molto stimolante incontrare qualcuno tanto differente dal punto di vista culturale, ma con le stesse idee, parallelamente: penso che tutto ciò sia addirittura telepatico. È un pò come nel mondo della scienza, quando persone lontanissime e per cultura e per nazionalità, fanno lo stesse scoperte. Bowie ha compreso che l'Europa, l'Inghilterra in particolare, non poteva andare più avanti di dove è arrivata, che il cerchio era chiuso. Quindi il problema era ed è quello di darsi da fare per cercare, fabbricare una musica dell'era industriale: è chiaro che il rock quindi rappresenta, secondo noi, ancora la figura dell'artista romantico, creatore, insomma il genio. Secondo noi questa figura deve essere sostituita da quello che chiameremmo il lavoratore, "l'operaio musicale", ed è questo che abbiamo, ad esempio, trasfuso in "The Robots".
Ciao 2001: Un altro personaggio che sta facendo in discorso molto simile al vostro, è Giorgio Moroder. Cosa ne pensano i Kraftwerk?
Ralf Hütter: È un altro parallelismo, quello di un uomo che viene dallo show-business e che va a finire invece nel mondo elettronico-sintetico. Per noi è molto importante trovare questo tipo di parallelismo: significa che non siamo più isolati. Quando abbiamo cominciato neel 1970, siamo stati oggeto di critiche, eppure in Germania non eravamo preda della scena rock. Dopo la guerra c'erano rimasti solo i vecchi con la loro musica classica: non c'era più una musica vivente, quotidiana. Il fatto che in Germania non esistesse più questa musica "vivente" è stata la nostra prima scoperta: a parte i classici c'era solo l'elletronica, la contemporanea di Stockhausen, quella della prima generazione. Noi non facciamo parte di quella anche se, vivendo a Düsseldorf, a pochi chilometri da Colonia, quando eravamo giovanissimi ci siamo nutriti di quella musica che ci passava vicino come per caso. Insomma durante gli anni trenta la gente di valore se ne era andata: il nazismo aveva fatto tabula rasa e c'era un'autentica interruzione nella creatività musicale. Dopo la guerra eravamo immersi negli americanismi delle radio locali: ubriacati quindi di rock, ma consapevoli che non era la nostra identità culturale. Noi avevamo perso ogni tradizione strumentale, ad esempio, abbiamo quindi iniziato direttamente nell'elettronica: è per questo forse che in Germania sono nati soprattutto gruppi elettronici, come in nessun'altra parte del mondo. I Tangerine Dream non potevano nascere in Ingiltherra o in America...
Ciao 2001: In "Radioland" ci sono comunque delle influenze cabarettistiche. Si tratta del retaggio di Kurt Weill, dell'eredità brechtiana?
Ralf Hütter: Certamente: in Germania una volta c'era una cultura quotidiana... e Kurt Weill e Brecht erano forse i soli che descrivevano questa cultura quotidiana delle città. Nel '32-'33 se ne sono andati ed hanno continuato a descriverla a Parigi, a Londra, a New York. Purtroppo non sono tornati dopo il '45, tranne Brecht che però non ha avuto tempo di fare niente. Noi abbiamo tentato di fare del cabaret elettronico: d'altronde veniamo dalla Renania, dove do solito si ride sulla maniera di lavorare del tedesco, soprattutto nel campo dell'elettronica. È un modo di ridere che ci è consono: è senz'altro un modo differente di vedere la vita...
Ciao 2001: Quali sono le prospettive della musica robotica?
Ralf Hütter: Noi lavoriamo da circa dieci anni nel nostro studio di Düsseldorf: siamo dell'idea che la strada è lunga e difficile e noi abbiamo appena cominciato. Penso che succederà come per il rock, per il progressive-jazz: in più siamo convinti che la nuova generazione sarà totalmente elettronica...
Ciao 2001: A questo proposito quali sono gli strumenti che usate?
Ralf Hütter: Molti sintetizzatori standard: ci siamo accorti presto che però non erano sufficienti ad esprimere le nostre idee musicali e quindi ci siamo messi ad elaborarli, aiutati da alcuni ingegneri nostri amici. Abbiamo creato quindi una batteria elettronica (che abbiamo brevetatto), e utilizziamo degli apparecchi automatici con i quali è possibile programmare melodie i ritmi. Abbiamo anche un'altra batteria che funziona ad impulsi luminosi, mediante contatti fotoelettrici: tutto è comandato da un cervellone attraverso il quale elaboriamo tutti i suoni, anche quelli vocali. Questi in effetti sono pochi, in quanto alla voce umana preferiamo quella sintetica: meglio ancora cerchiamo di fondere le due in un tutt'uno. Abbiamo anche un vocoder speciale fabbricato per Florian dalla Sennheiser: attualmente la ditta tedesca sta vendendo anche all'estero lo stesso modello fabbricato per Florian nel 1971. Ci facciamo un sacco di risate quando leggiamo che magari Herbie Hancock ha detto di essere stato lui il primo.
Interview to Piergiuseppe Caporale


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Updated: November 25, 2007